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Il calcetto serve più del cv? Perché Poletti ha ragione, eppure sbaglia

  • Poletti e il calcetto

“Per trovare lavoro, meglio il calcetto del curriculum”.

Dopo i giovani bamboccioni di Padoa Schioppa, quelli troppo choosy di Fornero, gli sfigati ventottenni non laureati di Martone e quelli che è meglio non avere tra i piedi dello stesso Poletti, il ministro del lavoro ha suscitato l’indignazione dei tanti giovani italiani disoccupati dicendo che è più facile trovare lavoro giocando a calcetto che non inviando curriculum, perché “il rapporto di fiducia è un tema sempre più essenziale” e “giocando a calcetto si creano più opportunità”.

In serata ha provato a spiegarsi meglio, aggiungendo che non intendeva sminuire l’importanza del curriculum ma di voler sottolineare “l’importanza di un rapporto di fiducia che può nascere e svilupparsi anche al di fuori del contesto scolastico”.

Il ministro Poletti ha ragione

In questi termini, il ministro Poletti ha perfettamente ragione.

Le competenze tecniche, faticosamente messe a punto durante gli anni di formazione, sono sempre meno importanti, soprattutto nelle professioni meno specializzate, perché diventano rapidamente obsolete e perché comunque possono essere apprese abbastanza facilmente. Ancor meno contano le qualifiche, se non per gli aspetti meramente burocratici legati alle professioni protette (inclusa quella degli psicologi, di cui faccio parte).

È ormai dagli studi compiuti da Mc Clelland negli anni ’70 che sappiamo che la differenza tra chi ha più successo lavorativo e chi meno sta nelle competenze trasversali, cioè quelle competenze legate alla capacità di organizzare il lavoro, di comunicare e lavorare di gruppo, di adattarsi a contesti diversi e così via.

Così come, ad un certo punto, le aziende hanno iniziato rendersi conto anche dell’importanza dei valori personali e professionali, che stanno alla base del coinvolgimento dei collaboratori, della capacità dell’azienda di soddisfarne i bisogni di realizzazione e in generale del rapporto di fiducia tra azienda e collaboratori di cui lo stesso Poletti sottolinea giustamente l’importanza.

Che c’entra il calcetto?

Le competenze trasversali possono essere valorizzate anche in contesti non lavorativi – anche giocando a calcetto, sì – e di conseguenza essere riconosciute da persone che potrebbero voler lavorare con noi. Anzi, è molto più facile rendersi conto del valore di una persona in contesti extra-lavorativi, che non leggendone il curriculum vitae.

La rete di relazioni, quindi, assume un’importanza fondamentale, quando la utilizziamo per valorizzare le nostre competenze, sia tecniche che trasversali.

Pensate, ad esempio, a LinkedIn, attualmente il principale social network professionale, il cui scopo è esattamente quello di creare opportunità a partire dalle reti tra professionisti e aziende.

Perché, allora, Poletti sbaglia?

Perché in Italia le reti di relazioni non vengono utilizzate per veicolare informazioni di carattere professionale, ma prevalentemente a scopo clientelare e familistico.

Si privilegia l’appartenenza al gruppo di potere, piuttosto che la competenza, sia essa di tipo tecnico o trasversale.

Il rapporto di fiducia si basa sulla relazione tra persone e non su una comunanza di valori professionali tra azienda e lavoratori.

La stessa competenza relazionale viene declinata in termini di capacità di ottenere vantaggi personali piuttosto che di creare relazioni sane.

Le relazioni, in Italia, producono prevalentemente raccomandazioni, che hanno effetti negativi, quando non devastanti, sulla motivazione, l’engagement, la percezione di equità organizzativa, da parte di tutta la popolazione aziendale, compresi gli stessi raccomandati. E di conseguenza sulla produttività e sulla qualità del lavoro.

In conclusione

Sottolineare oggi in Italia l’importanza della rete di relazioni non fa bene né ai giovani, né alle aziende, perché costruire e sviluppare relazioni di fiducia può fare da volano in un ecosistema sano, in cui le competenze sono al centro della relazione tra aziende e lavoratori, non in un sistema malato, viziato da circoli chiusi cui è pressoché impossibile accedere.

L‘ascensore sociale bloccato non è solo un problema dei giovani disoccupati, che non hanno modo di mettere in luce il proprio valore, ma anche delle aziende, che si privano della possibilità di acquisire competenze ed energie nuove.

Credo che da un ministro del lavoro non dobbiamo aspettarci soltanto una maggiore delicatezza nel parlare ai giovani in un momento così difficile per tutto il paese, ma anche una maggiore consapevolezza del problema e, soprattutto, che si adoperi per innescare dei cambiamenti positivi.

 

Nota: i virgolettati sono presi da questo articolo.


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By | 2017-04-11T05:10:44+00:00 martedì 28 marzo 2017|Generale|0 Comments

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