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Perché è sempre colpa dell’arbitro? Il calcio, i tifosi e le trappole mentali

  • Perché è sempre colpa dell'arbitro? Il calcio, il tifo e le trappole mentali

Le trappole mentali possono influenzare il modo in cui guardiamo le partite?

Le polemiche di questi giorni sulle ultime partite del campionato italiano di calcio non sono certo una novità. Si ripetono ogni campionato, quasi ogni settimana.

Il calcio italiano non è certo estranei a scandali, anche di grosse dimensioni, che ne hanno messo seriamente in dubbio la credibilità. Oltre a Calciopoli e il recente scandalo scommesse, i tifosi che hanno superato i 40 anni, come me, ricorderanno anche il famigerato Totonero degli anni 80. Ma che tutti i campionati possano essere falsati in favore di una sola squadra è un pensiero più vicino al complottismo che al pensiero razionale.

Eppure, la maggior parte di tifosi ne sono convinti e anche una buona parte dei non tifosi afferma di non seguire il calcio perché truccato.

È possibile che alcune modalità di funzionamento della mente favoriscano lo sviluppo di tali credenze sul calcio? Vediamo.

Il tifoso non è un osservatore obiettivo

Alcuni psicologi australiani hanno suddiviso un gruppo di 24 persone in due squadre; ogni squadra ha designato un giocatore che doveva sfidare l’avversario in una situazione competitiva, mentre il resto della squadra doveva valutare la velocità dei movimenti delle mani, sia del proprio compagno sia dell’avversario.

I soggetti hanno giudicato sistematicamente più veloci i movimenti del proprio compagno, anche quando si trattava di mosse identiche a quelle dell’avversario. Questa differenza di percezione è stata confermata da una diversa attivazione cerebrale (rilevata tramite tecniche di imaging biomedico) quando si osservano e si valutano i comportamenti del proprio compagno, rispetto a quando si osservano i comportamenti dell’avversario.

I tifosi percepiscono le azioni della propria squadra diversamente da quelle dell’avversario e, poiché si sentono parte di un gruppo, tendono a valutarle in maniera più favorevole. La causa della sconfitta, quindi, non può essere la maggiore bravura degli avversari: deve essere un’altra. Ed ecco che la figura dell’arbitro si offre come un agnello sacrificale al nostro bisogno di trovare un senso a ciò che accade.

L’episodio determinante

Il calcio è uno sport a basso punteggio. Non sono rare le partite che finiscono 0 a 0 o le vittorie con un solo gol di scarto. Questo fa sì che un singolo episodio possa determinare il risultato della partita.

Una partita, però, è fatta da migliaia di episodi, non soltanto dalle decisioni dell’arbitro: ogni tiro, dribbling, passaggio, movimento, ogni indicazione dell’allenatore, ogni sostituzione è un episodio che concorre a determinare il risultato finale.

Perché percepiamo alcuni episodi come più determinati degli altri? Un errore che commettiamo spesso è quello di ricostruire una sequenza di eventi a partire dal risultato finale. In psicologia, questo errore viene chiamato distorsione retrospettiva del giudizio o bias del senno di poi.

Il senno di poi influenza il modo in cui percepiamo e ricordiamo gli eventi che hanno portato al risultato finale, in due modi:

1) Selezioniamo gli episodi favorevoli, quelli che ci consentono di ricostruire una storia lineare che non poteva finire in altro modo ed eliminiamo o quantomeno trascuriamo tutti gli altri episodi che avrebbero potuto portare ad un risultato diverso.

L’errore arbitrale a nostro svantaggio è stato determinante, è il motivo per cui abbiamo perso; quello a favore dei nostri avversarsi, invece, ci pare del tutto ininfluente, perché nonostante l’errore hanno vinto.

2) Valutiamo azioni e decisioni non in funzione delle possibilità del momento, ma sulla base delle conseguenze che hanno avuto o del modo in cui hanno – secondo noi – concorso a determinare il risultato finale.

La non espulsione di un giocatore, ad esempio, può influire sul risultato finale in modi diversi: il giocatore potrebbe segnare un gol per la propria squadra oppure potrebbe commettere un errore che consente agli avversari di andare in vantaggio o non fare niente di particolare ed essere ininfluente.

Nel momento in cui l’episodio avviene, il film della partita è ancora tutto da svolgere e altre centinaia di episodi devono ancora accadere. Ma conoscendo il risultato finale della partita e giudicando con il senno di poi attribuiamo a quell’evento un significato ben preciso, coerente con la storia che abbiamo costruito, facendolo diventare l’episodio determinante.

Perché gli “errori” dell’arbitro favoriscono sempre i più forti?

Il nostro cervello è il risultato di una storia lunga alcune centinaia di migliaia di anni. Fino a pochi millenni fa, i nostri progenitori si trovavano a vivere in un ambiente pieno di insidie potenzialmente mortali, nel quale era fondamentale avere chiaro cosa poteva succedere e perché.

Siamo quindi evoluti in animali dotati di una mente fortemente associativa: dobbiamo sapere quali sono le cause degli eventi che ci riguardano. Quando ci troviamo in una condizione di incertezza si attiva la struttura cerebrale chiamata amigdala, la cui funzione è quella di reagire ai possibili pericoli. L’attivazione dell’amigdala ci fa sperimentare una sensazione sgradevole, molto simile a quella della paura.

La tendenza ad individuare relazioni di causa ed effetto è una vera e propria trappola cognitiva che ci spinge ad intravedere relazioni causali anche quando non ci sono e a trascurare il fatto che la realtà è spesso complessa: molti eventi possono essere il risultato di molte cause e possono avere molte conseguenze diverse.

Immaginate che nel corso di una partita tra una squadra forte e una debole un assistente arbitrale (il caro vecchio guardalinee) non segnali il fuorigioco di un attaccante lanciato a rete contro la difesa avversaria: cosa può succedere?

Se l’attaccante in questione è il grande campione della squadra più forte le probabilità che segni sono molto alte, perché sarà più bravo dei difensori avversari. Viceversa, se si tratta del giovane attaccante della squadra più debole è possibile che sbagli o che gli esperti difensori della squadra più forte riescano comunque a neutralizzare il pericolo impedendogli di segnare. L’esito dell’azione quindi non dipende esclusivamente dall’errore dell’assistente, ma anche da una pluralità di altri fattori (incluso il caso).

La trappola cognitiva dell’associazione causa-effetto, però, ci spinge a semplificare e ad individuare la causa più evidente, cioè l’errore commesso dal guardalinee, al quale viene ancorato tutto il nostro ragionamento. Le altre possibili cause, incluse il differente grado di bravura dei giocatori in campo che ha consentito loro di capitalizzare il vantaggio ottenuto grazie all’errore vengono trascurate. La conclusione della nostra mente da tifosi è la squadra abbia vinto non perché più forte (noi stavamo giocando meglio!), ma solo grazie alla gentile concessione del guardialinee.

L’arbitro ha sbagliato o ha favorito intenzionalmente l’avversario?

Il fatto che gli errori a favore della squadra più forte siano più evidenti, fa spesso sorgere il sospetto che sotto sottogli arbitri vogliano aiutare quella squadra: non possono essere tutti errori casuali, no?

La natura associativa della mente e la sua tendenza ad individuare relazioni di causa ed effetto si applica anche al comportamento proprio e a quello delle altre persone (incluso l’arbitro). In questi casi, però, il nostro giudizio è influenzato da un altro errore, che gli psicologi chiamano errore fondamentale di attribuzione.

Quando attribuiamo un significato ad un comportamento umano, tendiamo ad attribuirlo a cause esterne o interne alla persona che ha messo in atto quel comportamento.

L’errore fondamentale di attribuzione consiste nella tendenza sistematica ad attribuire a cause esterne il proprio comportamento e a cause interne il comportamento altrui.

Ad esempio, quando arriviamo in ritardo ad un appuntamento tendiamo a spiegare il nostro comportamento in funzioni di variabili ambientali, a noi esterne e da noi indipendenti: il traffico, la sveglia che non ha suonato, il vicino che ha tenuto occupato l’ascensore, ecc. Viceversa, se un’altra persona arriva in ritardo, tendiamo ad attribuire quel comportamento a disposizioni interne della persona: è maleducato, non ha rispetto per il tempo degli altri, è distratto, è disorganizzato, ecc.

Anche quando dobbiamo trovare una spiegazione al perché l’arbitro ha commesso un errore a favore del nostro avversario abbiamo la tendenza ad attribuire quel comportamento a disposizioni interne all’arbitro stesso e nella maggior parte dei casi ci sembra evidente l’intenzione di favorire deliberatamente l’altra squadra a danno della nostra o, quantomeno, di essere insensibile.

È sempre stato così!

Le modalità di funzionamento della mente che abbiamo visto possono farci percepire in modo distorto alcuni episodi di una partita di calcio. Quando questo fenomeno si ripete, sviluppiamo una credenza o formuliamo una ipotesi e attendiamo di poterla mettere alla prova in occasioni future.

Anche in questo caso, però, la nostra mente può trarci in inganno, a causa di quello che gli psicologi chiamano bias della conferma: quando vogliamo testare la solidità di una teoria, siamo portati a cercare gli elementi che la confermano, piuttosto che quelli in grado di falsificarla.

Negli anni 60, uno psicologo americano di nome Peter Wason, sottopose un gruppo di persone a questa prova: lo sperimentatore mostrava una tripletta di numeri (2, 4, 6), i soggetti dovevano individuare la regola che teneva insieme i 3 numeri e potevano proporre triplette alternative che la rispettassero. Di fronte alle triplette dei soggetti, lo sperimentatore avrebbe confermato se rispettavano la regola o no.

Cosa successe in quell’esperimento? Tutte le triplette proposte dai soggetti rispettavano la regola, ma nessuno riusciva ad individuare correttamente la regola alla base della sequenza originale, che era molto semplice: qualunque sequenza di numeri in ordine crescente.

Ciò accadde due motivi: 1) i soggetti tendevano a elaborare regole più complicate di quanto fosse necessario: ad esempio che la sequenza fosse composta da numeri maggiori di 2 unità del numero precedente (11-13-15 o 20-22-24) o che il numero centrale fosse la media degli altri due (10-15-20 o 10-20-30). 2) ma soprattutto perché tendevano a proporre allo sperimentatore soltanto triplette che verificassero la loro teoria e non triplette che la falsificassero. Nel caso di entrambe le ipotesi citate sopra, proporre una tripletta che non le rispettasse – ad esempio 11-12-19 – avrebbe consentito ai soggetti di scartare tali ipotesi e avvicinarsi maggiormente alla soluzione.

Noi tifosi facciamo più o meno lo stesso. Se siamo convinti che la squadra X rubi sempre le partite, siamo portati ad dirigere la nostra attenzione soltanto verso le prove che confermano la nostra teoria, cioè gli errori arbitrali che ci appaiono come determinanti per favorire X, e trascuriamo o riteniamo non determinanti gli episodi che invece potrebbero disconfermarla, cioè quelli a svantaggio della squadra X.

E quindi?

La conclusione più logica di questo articolo dovrebbe suonare più o meno così: facciamo attenzione quando valutiamo un episodio arbitrale, perché la nostra mente – in perfetta buona fede – potrebbe ingannarci.

Ma in realtà quanti di noi semplici tifosi, magari neanche grandi intenditori, seguirebbero il calcio se non ci fossero anche tutte queste polemiche sugli arbitraggi? In fondo ci divertiamo anche per questo… soprattutto se siamo tifosi della squadra più aiutata dagli arbitri!

 


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By | 2018-05-05T05:56:08+00:00 venerdì 4 maggio 2018|Generale|0 Comments