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Perché ci commuoviamo per Alfie e perché non dovremmo prendere decisioni basate sull’empatia

  • Perché ci commuoviamo per Alfie ma non dovremmo prendere decisioni basate sull'empatia

La vicenda del piccolo Alfie ha toccato profondamente tutti, suscitando una forte empatia sia nei suoi confronti, sia nei confronti dei suoi genitori, anche per le delicate questioni che si sono aperte e le difficili decisioni che è stato necessario prendere.

Non entrerò nel merito di tali questioni né delle decisioni. Rischieremmo di dividerci su aspetti valoriali e discutere diventerebbe molto difficile.

Vorrei fare di questa dolorosa vicenda un’occasione per discutere dell’empatia, dei suoi limiti e soprattutto di quanto sia critico prendere decisioni basate su di essa.

Cos’è l’empatia

L’empatia è la capacità di condividere e provare le stesse emozioni che sta provando un’altra persona. È un meccanismo che ha avuto un ruolo fondamentale nella nostra evoluzione e che costituisce una parte importante della nostra vita quotidiana.

Grazie all’empatia possiamo entrare profondamente in contatto con gli altri, capire cosa provano, prenderci cura delle persone che amiamo, condividere situazioni ed emozioni intime e d’amore, persino soffrire e gioire della vittoria della nostra squadra del cuore, come se fossimo stati in campo al posto dei giocatori.

L’empatia è radicata nel nostro cervello. Grazie alle tecniche di brain imaging, cioè di scansione del cervello, sappiamo che provare direttamente certe emozioni o provare empatia per le emozioni che un’altra persona sta vivendo comporta l’attivazione delle stesse aree del cervello.

Il nostro cervello è predisposto per provare empatia. Eppure, non proviamo empatia per tutti.

I limiti dell’empatia

Lo psicologo americano Paul Bloom, autore del libro “Contro l’empatia“, evidenzia alcuni limiti di questo dispositivo psicologico, che dovremmo sempre tenere ben in mente, soprattutto quando ci troviamo a dover prendere decisioni morali o politiche basate sull’empatia. Vediamoli.

L’empatia è condizionata dalla capacità di identificarsi nella vittima di una situazione.

In uno studio psicologico, alcuni tifosi di calcio sono stati posti in questa condizione sperimentale: ad ognuno di loro veniva somministrata una piccola scossa elettrica sul dorso della mano, per fargli sperimentare una sensazione dolorosa; dopodiché assistevano alla somministrazione della stessa scossa ad un’altro tifoso.

Tutti i soggetti erano collegati ad una macchina per rilevare l’attivazione cerebrale, che ha mostrato come si attivassero le stesse aree del cervello sia quando i soggetti ricevevano direttamente la scossa, sia quando osservavano un altro tifoso riceverla, ma soltanto se entrambi i soggetti tifavano per la stessa squadra. Quando il soggetto osservato era tifoso di un’altra squadra, il meccanismo dell’empatia non veniva attivato.

In un altro esperimento, ad un gruppo di persone sono stati mostrati dei video di persone malate di AIDS. In alcuni casi, veniva raccontato che quelle persone avevano contratto la malattia a causa di aghi infetti utilizzati nel somministrarsi una droga; mentre in altri casi si diceva che la causa della malattia era riconducibile ad una trasfusione di sangue infetto. Nel primo caso i soggetti sperimentali dichiaravano di provare molta meno empatia che nel secondo caso.

Il nostro cervello, quindi, è predisposto per provare empatia, ma in particolare per le persone che appartengono alla nostra tribù.

Le decisioni basate sull’empatia

Un altro aspetto importante riguarda il modo in cui l’empatia influenza le nostre decisioni e i nostri comportamenti.

Ad un gruppo di persone è stato chiesto quale somma di denaro sarebbero stati disposti a donare per sviluppare una medicina che avrebbe salvato la vita di una bambina. Ad un altro gruppo veniva chiesto invece quanto avrebbero donato per un farmaco che avrebbe salvato la vita di otto bambine. Entrambi i gruppi erano disposti a donare grossomodo la stessa cifra, sia in un caso che nell’altro.

Quando però la domanda posta al primo gruppo veniva modificata, aggiungendo il nome della bambina e mostrandone una foto, il livello della donazione aumentava significativamente, proprio perché veniva innescata una reazione di empatia nei confronti di una bambina di cui si sapeva il nome e si vedeva il volto.

In un altro esperimento, ad un gruppo di soggetti venne raccontata la storia di una bambina di 10 anni di nome Sheri, gravemente ammalata e in coda per un trattamento che ne avrebbe alleviato la sofferenza. Ai soggetti fu chiesto se avrebbero consentito alla bambina di ricevere immediatamente il trattamento, scavalcando altri bambini altrettanto malati o in coda da più tempo. La maggioranza rispose di no.

Quando però veniva suggerito ai soggetti di immedesimarsi nella bambina e di immaginare cosa provasse, la maggioranza acconsentiva a concedere il trattamento. In questo caso l’attivazione dell’empatia nei confronti di Sheri impediva ai soggetti di valutare correttamente il contesto più ampio, cioè la presenza di altri bambini nella medesima lista d’attesa e altrettanto bisognosi di ricevere il trattamento.

Un’alternativa all’empatia

Gli esperimenti che abbiamo raccontato, pur senza negare l’importanza dell’empatia, ne evidenziano alcuni limiti e suggeriscono che le decisioni prese sulla base dell’empatia quasi mai sono imparziali, spesso sono riconducibili a logiche tribali e certe volte addirittura crudeli nei confronti di altre persone.

L’alternativa all’empatia non è l’apatia, cioè il disinteresse nei confronti degli altri, delle loro emozioni, del loro bene.

Esiste una via di mezzo: la compassione, che per le neuroscienziate Singer e Kilmecki consiste non nel condividere le emozioni degli altri come fossero nostre, ma nel provare sentimenti di preoccupazione e cura e una forte motivazione a migliorare il benessere altrui.

Secondo Bloom, mentre l’empatia fa prendere cattive decisioni e fa sentire svuotati emotivamente, la compassione permette di sentire emozioni buone, di mettere in atto comportamenti positive nei confronti degli altri e soprattutto di mantenere quel distacco necessario per prendere decisioni migliori, basate sia sui sentimenti nei confronti degli altri sia su una analisi razionale della situazione.


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By |2018-04-29T10:04:32+00:00domenica 29 aprile 2018|Generale|0 Comments