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Millennial ovvero perchè (non) dovresti assumerne uno nella tua azienda.

  • Millennials

Nota: Pietro Calafiore, autore di Bad Work, ha condiviso con me, e con voi, questo articolo sui Millennial.

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Si sa che certe espressioni sono come le mode. Prima tutti erano 2.0 o 7.0, ignorandone il significato. L’anno scorso erano tutti “smart”. Quest’anno si discute molto dei Millennial.

Chi – o cosa – sono i Millennial?

Il termine indica in modo molto generico tutti i nati dal 1985 in poi- quindi anche chi vi scrive.

Come i nati nel 1980 erano la “generazione x” (ve la ricordate?) quelli nati dopo sono Millennials.

Cosa cambia? Moltissimo.

Innanzitutto la generazione M (per essere più conciso) è la più sfigata. Siamo capitati nel mezzo della rivoluzione industriale, da perdenti. Meno opportunità, meno sicurezze, zero ideali e zero ideologie, zero figli, pochissime certezze sul futuro. Ah, dimenticavo, zero pensione.

Ma da occidente a oriente, dall’Italia agli Stati Uniti, la questione è complicata da altri fattori: i millennials al lavoro.
La generazione è stata tacciata di essere “pigra, sconclusionata, senza ideali”. Vi ricorda niente? A me ricorda un ministro del lavoro di qualche anno fa. Ma si, quella che piangeva, la professoressa della Bocconi.

Negli Stati Uniti, dove le opportunità di lavoro sono certamente e innegabilmente maggiori, si assise ad un fenomeno strano: i millennials si licenziano. Arrivano al lavoro, magari riescono ad ottenere un posto in una grande azienda, ottimo stipendio e assicurazione sanitaria. E dopo sei mesi, scatolone e via. Se ne vanno.

Perchè?

La migliore esposizione della questione M mi è stata data da Simon Siniek, Guru statunitense autore di “Start with Why” (se non l’avete letto correte ai ripari). In un’intervista descrive i 4 punti cruciali che hanno portato alla attuale situazione M. E suggerisce i rimedi.

Sotto il link con il video. E’ in inglese, ma se siete pigri continuate a leggere:

  1. Problemi educativi. La generazione M è stata educata con l’idea “tu puoi fare tutto quello che vuoi nella vitta, basta che lo vuoi”. Ci dicevano da piccoli “sei speciale, sei intelligente”. Non ci davano brutti voti a scuola “per la media”, “per non far arrabiare i genitori”, ci davano anche i “premi di partecipazione”, che hanno il solo scopo di togliere valore ai veri premi. Ecco: ci siamo accorti che non siamo speciali, che non siamo intelligenti sopra la media (o almeno voi, io sono un genio). E l’autostima va a quel paese

  2. La tecnologia. La generazione M ha assistito all’esplosione della tecnologia informatica, dei social media, della comunicazione ovunque e per sempre. Questo però ha comportato una incredibile lacuna: la mancanza si skill di comunicaizone e relazione sociale reale . Non si è più in grado di comunicare vis à vis , di approcciare una persona dell’altro sesso, di parlare in pubblico (avete notato la quantità di corsi di public speaking?), di fidarsi davvero di chi si ha di fronte, di costruire relazioni sociali basate sulla fiducia con colleghi, amici, partner.

  3. Pazienza. Tutto subito. Ecco il mantra della globalizzazione. Voglio quel paio di scarpe? Clicco su Amazon e l’indomani le avrò a casa (e stanno studiando come farmele avere in giornata). Voglio conoscere una ragazza? Scarico Tinder. Voglio dimagrire? Ci sono gli esercizi intensivi di 7 minuti con l’assistente virtuale nello smartphone. La mancanza di pazienza ovviamente altera le percezioni e annulla il concetto di “lungo termine”. Si vede solo la cima della montagna, non la montagna stessa, parole di Sinek.

  4. Le grandi aziende. La colpa delle aziende risiede nel concepire il mondo come un insieme di bilanci trimestrali. Non esiste più la visione di lungo periodo, il grande progetto, non esiste lo scopo che non sia meramente finanziario. Lo sviluppo non esiste, esiste solo il mercato. Inserito in questo contesto, mai nessun giovane potrà mai sentirsi parte di qualcosa, non potrà mai desiderare di contribuire. Non porà mai amare il lavoro che fà.

La colpa non è dei M, siamo solo capitati nel momento sbagliato.

Si deve assumere un Millennial?

Ed ora la domanda: si deve assumere un Millennial? Ovviamente si. L’errore è non farlo.

Il Millennial possiede certamente quel set of skills che può davvero fare la differenza.

In Italia, più che negli USA, la capacità che abbiamo appreso, e dovrebbe essere il titolo in grassetto dei CV, è “sapersi adattare alle condizioni negative dell’ambiente, ignorando le continue pressioni di una società che ci grida ogni giorno che non abbiamo futuro, che dobbiamo emigrare, che tutto quello che abbiamo fatto è stato inutile. Ma nonostante ciò ci proviamo lo stesso. Stringiamo i denti e andiamo in un altro colloquio”

Se assumete un Millennial, inserite nella vostra azienda qualcuno che ne ha passate più di quanto pensiate. Coccolatelo e non ve ne pentirete

L’alternativa? Tenetevi il 56enne che dice ancora “floppidisc”.

Pietro Calafiore,

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By | 2017-10-14T06:13:07+00:00 sabato 14 ottobre 2017|Generale|0 Comments

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