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Le donne sono discriminate nei luoghi di lavoro. E se lo fossero anche gli uomini?

  • discriminazioni di genere sul lavoro

Le donne sono vittime di discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro: gender pay gap, accesso alle posizioni di vertice, molestie sessuali, diritto di maternità non riconosciuto, ecc.

Sono fenomeni sui quali vi è una documentazione incontrovertibile, spie che segnalano non solo quanta strada dobbiamo ancora fare, ma anche che dobbiamo accelerare. E di molto.

Anche chi non condivide i valori di fondo dell’uguaglianza e della libertà, dovrebbe convenire quanto meno sul fatto che le discriminazioni comportano una forte limitazione e una dispersione di valore che le donne possono portare in una organizzazione, come dimostrato anche da studi che evidenziano la maggiore funzionalità dei gruppi eterogenei rispetto a quelli composti prevalentemente da uomini.

E, fin qui, ci siamo. In questi giorni però mi sono chiesto: e gli uomini? Possibile che tutti gli uomini godano soltanto di privilegi? Ho fatto qualche ricerca, ma prima di cominciare mettiamoci d’accordo con due definizioni.

Definizioni

Un fenomeno viene definito come di genere quando è relativo ad un genere in misura sproporzionata rispetto all’altro.

Una discriminazione di genere è quindi una situazione di svantaggio che colpisce un genere in misura sproporzionata rispetto all’altro.

A scuola

Cominciamo dalla scuola.

Secondo studi dell’OCSE e della UE gli studenti maschi hanno performance inferiori (tranne che in alcune materie) rispetto alle studentesse.

Nel 2012 il 14% dei ragazzi e solo il 9% delle ragazze non hanno raggiunto il livello di riferimento per la loro età nella scala PISA in lettura, matematica e scienze.

Nel 2009 (Dati ISTAT), i maschi costituivano il 69% degli studenti che ripetevano un anno nella scuola secondaria inferiore e il 65% nella scuola secondaria superiore.

I maschi tendono anche ad abbandonare il percorso scolastico in misura maggiore rispetto alle donne (20,2% vs 13,7%).

All’università

Anche all’università (dati MIUR) la situazione è simile.

Tra le matricole, per ogni 100 ragazzi vi sono 123 ragazze. Il divario aumenta alla laurea: le donne si laureano di più e il rapporto diventa 100 a 144, e ancora di più se prendiamo in considerazione i laureati con il massimo dei voti: 100 a 186, quasi il doppio.

A lavoro

I dati che abbiamo visto sopra indicano un trend chiaro: dal mondo della scuola e dell’università le donne escono prima, con valutazioni migliori e, soprattutto, con più titoli di alto livello, che consentono, potenzialmente, l’accesso a carriere lavorative più specializzate. Mentre il trend vede entrare nel mondo del lavoro un numero maggiore di uomini destinato a posizioni di basso livello.

Le posizioni meno specializzate hanno diversi svantaggi. Ad esempio sono quelle in cui è maggiore il rischio di restare vittima di incidenti mortali: nel 2015, in Italia, sono morte 1172 persone sui luoghi di lavoro, di cui 1072 maschi (pari al 91,4%).

Le posizioni meno specializzate sono quelle a maggior rischio di precarizzazione o che nei prossimi anni rischiano di scomparire per effetto della diffusione della robotica e dell’intelligenza artificiale.

Gli uomini, inoltre, sono maggiormente sensibili allo stigma sociale dell’insuccesso lavorativo. In condizioni di svantaggio, l’aspettative media di vita di un uomo si accorcia di 4,4 anni, quella di una donna soltanto di 1,2.

Un altro indicatore di questo fenomeno sono i suicidi: nel 2011 in Italia (ISTAT) è stato possibile ascrivere 192 suicidi a motivazioni di natura economica, di questi 187 (pari al 97,4%) sono stati commessi da uomini.

Work/Life Balance: conciliare lavoro e vita privata

Nelle riflessioni sulle discriminazioni di genere sul lavoro ci si focalizza spesso, e a ragione, sulle maggiori difficoltà che hanno le donne a conciliare i tempi di lavoro e di vita privata, soprattutto quando diventano madri o in famiglia vi sono altre persone non autosufficienti.

L’aspettativa della società è che le donne siano le principali caregiver, cioè coloro si occupino del lavoro di cura di chi non è autosufficiente. E quindi, quando diventano madri, ci si aspetta che lavorino meno. Significa che investire su una lavoratrice espone il datore di lavoro a maggiori rischi di dover fronteggiare assenze per maternità o altre attività di cura.

Per questo siamo tutti d’accordo nel dire che il mondo del lavoro tende ad escludere le mamme dal lavoro.

Eppure, se guardassimo con maggiore attenzione alla condizione degli uomini, potremmo renderci conto che anche per loro è difficile conciliare il lavoro con la paternità. Solo che in questo caso, l’aspettativa sociale è che, quando gli uomini diventano padri, lavorino di più.

In Italia, per i padri lavoratori è previsto un giorno obbligatorio di congedo di paternità e massimo due giorni facoltativi in sostituzione della madre. Un giorno. La media dei paesi OCSE è di 9 settimane di assenza retribuita dal lavoro riservata ai padri (quindi non i congedi parentali destinati ad entrambi i genitori). In Giappone e Korea si arriva a 52 settimane.

Allora forse la frase di sopra potrebbe essere completata così: “il mondo del lavoro tende ad escludere le mamme dal lavoro e i papà dalla cura dei figli”.

Una ricerca ha dimostrato che gli uomini che dedicano maggior tempo alla cura della casa e dei figli hanno una qualità della vita migliore rispetto agli altri: fumano meno, conducono uno stile di vita meno sedentario, hanno una alimentazione più sana e, in generale, sono meno stressati e più felici.

Come sappiamo, stress e stili di vita errati hanno conseguenze molto serie sullo stato di salute. Nel 2015, nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni, le prime due cause di morte sono state i tumori maligni della trachea, dei bronchi e dei polmoni e le malattie ischemiche del cuore.

I primi hanno fatto 6764 vittime, di cui il 69,7% uomini. Le secondo 5437 vittime, di cui, addirittura, l’80,5% uomini.

In conclusione

Proviamo a trarne qualche conclusione e a farci qualche domanda?

Società sessista

La prima potrebbe essere questa: una società sessista, quale è quella in cui viviamo, produce effetti positivi e negativi per entrambi i generi.

Scuola, studentesse più brave dei maschi

Quotidiano “La Repubblica”, 2015

La narrazione prevalente però tende a raccontarci soltanto i privilegi del genere maschile e gli svantaggi del genere femminile. Tra l’altro, ciò avviene utilizzando double standard in termini di comunicazione. Guardate questo titolo di Repubblica: “Scuola, studentesse più brave dei maschi: si impegnano di più”. Ora provate a immaginare cosa succederebbe se un giornale titolasse: “Aziende, lavoratori più bravi delle femmine: si impegnano di più”.

Ma aldilà dei doppi standard, siamo sicuri che sia l’approccio migliore per superare le discriminazioni basate sul genere? Forse riconoscere i vantaggi e gli svantaggi di entrambi i generi potrebbe suscitare meno resistenze (negazione, minimizzazione, ecc.) da parte degli uomini e quindi meno ostacoli al raggiungimento di una effettiva parità?

Cosa è un privilegio, davvero?

Una seconda considerazione potrebbe essere questa: forse tendiamo, in misura eccessiva, a considerare privilegi le condizioni maschili e svantaggi quelle femminili?

Siamo sicuri che lavorare di più, per poi morire d’infarto a 50 anni senza avere avuto neanche il tempo di occuparsi dei propri figli, sia un privilegio? Anche se comporta una retribuzione più alta?

Se riuscissimo a far capire agli uomini che prendersi cura dei propri figli e della loro educazione è un privilegio (e lo è, enorme), forse sarebbe più facile anche ridurre il gender pay gap?

Nota

Ho scritto questo articolo a marzo, volevo pubblicarlo l’8 marzo, in occasione della festa della donna. Diverse persone cui l’ho fatto leggere, però, pur riconoscendone la ragionevolezza, mi hanno consigliato di posticiparne la pubblicazione, per evitare che fosse visto come una provocazione.

Davvero è così difficile parlare di discriminazioni di genere maschili? Perché?

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By | 2017-05-19T10:10:44+00:00 venerdì 19 maggio 2017|Generale|0 Comments

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