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Come discutere con un fissato: esercizi di pensiero critico

  • Come discutere con un fissato: esercizi di pensiero critico

In quest’epoca di fake news, complottismi, integralismi e contrapposizioni tribali da social network, in cui gli analfabeti funzionali sono sempre gli altri, praticare il pensiero critico e confrontarsi ragionevolmente con chi la pensa diversamente da noi è diventato molto difficile.

Dimostrami che quello che dici è vero

Di solito, la prima cosa che facciamo è chiedere all’altro quali sono i fatti che supportano la sua teoria: dimostrami che quello che dici è vero!

Il risultato è che ci impelaghiamo in uno sforzo di debunking, di prove, contro-prove, analisi dell’attendibilità della fonte e altre operazioni cognitive simili che assorbono tutta la nostra energia e finiscono per aumentare, a suon di insulti reciproci, la distanza che ci separa dall’altro e dalle sue idee.

Allora posso crederci?

Quando veniamo a conoscenza di una nuova informazione, la prima valutazione che facciamo è istintiva e intuitiva. Soltanto in un secondo momento – e neanche sempre – entra in gioco il nostro cervello razionale che cerca di capirci qualcosa di più su come stanno effettivamente le cose, esercitando quello che chiamiamo pensiero critico.

La valutazione intuitiva è basata su quanto e come la nuova informazione si integra con il nostro sistema di credenze e di valori e può essere ridotta ad una questione molto semplice: questa informazione mi piace o non mi piace?

Se la nuova informazione ci piace, il nostro cervello razionale si chiede: allora posso crederci? E inizia a cercare i fatti che provano che quella informazione sia vera.

In questo caso, il rischio maggiore è quello di diventare vittima del bias di conferma, cioè la tendenza a trovare i fatti che supportano la nostra opinione, piuttosto che le prove che la disconfermano. Il nostro cervello intuitivovuolecredere alla nuova informazione e il cervello razionale fa di tutto per accontentarlo.

Devo proprio crederci?

Se invece la nuova informazione non ci piace, il nostro cervello razionale si chiede: ma sono proprio costretto a crederci? E il pensiero critico inizia a cercare le prove che quella informazione non sia vera.

Lo psicologo Jonathan Haidt ha dimostrato questo meccanismo con un esperimento molto semplice: ha chiesto ad un gruppo di studenti di individuare tutte le critiche, sia di merito sia di metodo, che era possibile fare su un finto articolo scientifico. L’articolo in questione – che, ripeto, non era un vero articolo scientifico – sosteneva che il consumo di caffè causasse il cancro al seno e a trovare il maggior numero di critiche al finto articolo furono le donne consumatrici abituali di caffè.

Secondo Haidt, questo avvenne perché per le donne bevitrici di caffè quella nuova informazione era particolarmente indigesta e il loro cervello razionale ha quindi fatto tutto ciò che poteva per dimostrarne la falsità.

Se l’articolo avesse detto il vero, infatti, avrebbero dovuto smettere di bere caffè o accettare la maggior probabilità di avere un cancro, cioè si sarebbero trovati in quella condizione che un altro psicologo, Leon Festinger, ha chiamato dissonza cognitiva.

La dissonanza cognitiva è uno stato di malessere provocato dalla discrepanza tra due idee alle quali vogliamo o riteniamo di dover credere (mi piace bere il caffè e il caffè fa venire il cancro al seno).

Per uscire dallo stato di dissonanza cognitiva e ridurre la sensazione di malessere abbiamo solo due alternative: o modifichiamo la prima idea e smettiamo di bere caffè o modifichiamo la seconda, trovando le prove che non sia vero che il caffè provoca il cancro, anche a costo di distorcere la realtà.

Siamo tutti convinti che le nostre credenze siano basate sui fatti

Che sia per effetto del bias di conferma o del desiderio di ridurre la dissonanza cognitiva, il risultato è che siamo sempre in grado di trovare un numero sufficientemente ampio di fatti a supporto delle nostre opinioni, anche quelle più irrazionali. Spesso, anche grazie al supporto di altre persone che, più o meno per gli stessi motivi, la pensano come noi, con le quali possiamo fare gruppo e scagliarci contro chi invece la pensa diversamente.

Come discutere con un fissato, quindi?

Per prima cosa, non partiamo dalla convinzione che l’altro sia un analfabeta funzionale o peggio un cattivo. Partiamo dall’assunto che dall’altra parte c’è una persona ben intenzionata, un essere umano come noi, che crede in qualcosa in buona fede, che ha già cercato i fatti a supporto di quell’idea, perché quell’idea soddisfa un bisogno che probabilmente abbiamo anche noi.

L’atteggiamento con il quale ci predisponiamo ad un confronto è fondamentale. Le persone ragionevoli e capaci di confrontarsi onestamente, nella maggior parte dei casi, scoprono che ciò che le accomuna è maggiore di ciò che le divide e spesso anche ciò che divide può essere ricondotto a preoccupazioni o aspirazioni che in qualche modo tutti condividiamo o possiamo comprendere.

Ma un buon atteggiamento non basta. Cos’altro ci può essere utile?

Il filosofo americano Peter Boghossian, studioso del pensiero critico, ci viene in aiuto con un espediente da usare nelle conversazioni con chi è particolarmente convinto delle proprie idee.

L’espediente funziona così: chiediamo a qualcuno quanto è convinto di una certa idea su una scala da 1 a 10. Ci risponderà 9 o addirittura 10. Poi chiediamogli quali prove potrebbero fargli mettere in discussione le sue idee, ad esempio per abbassare la convinzione a 8 o anche a 6?

Ascoltiamo, facciamo altre domande per far chiarire ancora meglio le idee; poi invitiamo (o aiutiamo) a cercare se quelle prove esistono davvero e cosa dicono.

Se l’altra persona non è in grado di individuare alcuna possibile prova in grado di scalfire le proprie convinzioni o ricorre ad altre argomentazioni irrazionali o indimostrabili, beh, allora c’è poco da fare e continuare a discutere sarà una perdita di tempo, sia per noi che per lui.

Ma se siamo fortunati e abbiamo giocato bene la nostra carta, è possibile che nella mente di quella persona si sia aperto uno spiraglio di pensiero critico, che, anche grazie a noi, potrebbe portare ad un cambiamento di idee e all’abbandono della teoria complottista di turno.

La parte difficile del pensiero critico

Quella che abbiamo visto è però la parte facile del discorso: come aiutare un’altra persona a pensare criticamente e a cambiare idea.

La parte veramente difficile riguarda noi: quali sono le prove che potrebbero far cambiare idea a noi? Siamo in grado di mettere alla prova anche il nostro pensiero, di sfidare le nostre convinzioni? Soprattutto, se troveremo le prove che potrebbero disconfermare le nostre teorie, saremo capaci di ammettere di avere sbagliato?

 


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By |2018-04-28T12:43:00+00:00sabato 28 aprile 2018|Generale|0 Comments